Motorpsycho

Formata a Trondheim alla fine degli anni '80, Motorpsycho è inizialmente entrata in un registro heavy, rumoroso e alternativo prima di allargare molto rapidamente il proprio spettro verso il rock psichedelico, il rock progressivo, l'indie rock e deviazioni verso folk, jazz e post-rock. Il nucleo della band fin dall'origine è costituito da Bent Sæther e Hans Magnus Ryan, con vari batteristi nel corso dei periodi, da Håkon Gebhardt a Kenneth Kapstad e poi Tomas Järmyr. Fin dai primi dischi, tra cui Lobotomizer (1991), Soothe (1992) e Demon Box (1993), Motorpsycho sviluppa una scrittura ampia, segnata dai contrasti tra saturazione, melodie e lunghe forme. Gli anni '90 collocano il gruppo sulle scene scandinave e del Nord Europa, con album Timothy’s Monster (1994), Blissard (1996) e Trust Us (1998). All'inizio degli anni 2000, Motorpsycho piega la propria sonorità su Let Them Eat Cake (2000), Phanerothyme (2001) e It’s a Love Cult (2002), in una corrente più morbida e melodica. Il seguito alterna formati diretti e costruzioni ambiziose, in particolare The Death Defying Unicorn con Ståle Storløkken (2012), poi The Tower (2017), The Crucible (2019), The All Is One (2020), Kingdom of Oblivion (2021), Ancient Astronauts (2022) e Yay! (2023). Motorpsycho resta legato a un’estetica in movimento, fatta di riff massicci, improvvisazione, passaggi acustici e di ampie composizioni.

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